MARGOPOLIS

Me, and You, and bla bla bla...
venerdì, 04 aprile 2008

Comunicazione di servizio

Non so come sia successo, ma sono finita qui.
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categoria: proust, io


mercoledì, 28 novembre 2007

Perché odio twitter

Nell'universo delle cose importanti o utili da comunicare questa ha il penultimo o ultimo posto. Eppure non posso esimermi dal farlo, visto la viscerale intemperanza che la governa.

Io odio Twitter. Un odio sordo, quasi violento. Sono andata in giro a cercare "odio twitter" o "I hate twitter" su google e ho scoperto che questo è un sentimento condiviso. Ovviamente la cosa non si ferma a questioni tecniche (è lento) o estetiche, ma va più a fondo, e si riferisce alla sua essenza e al suo uso.

Il mio odio per Twitter è pargonabile solo a quello per il film "Lost in Translation" (odio che richiederebbe un discorso a parte). Probabilmente i due odii hanno dei punti in comune. Ci penserò su. E magari ne scriverò.

Ma torniamo a twitter. Non so se tutti lo conoscete. Troverete definizioni roboanti e miracolistiche, del tipo "lo strumento del nuovo millennio" e stronzate del genere. Niente di ciò è vero. Di fatto hai una tua pagina, puoi cercare i tuoi amici che hanno a loro volta la loro pagina, etc. Diventate amici. Tu leggi le loro cose. Loro leggono le tue cose. Che cosa ci si scambia? Battute. Hai a disposizione 140 caratteri, tipo un SMS, per dire quello che stai facendo. Del tipo "Pippozzo is...." e tu scrivi quello che stai facendo. In realtà, ovviamente, la gente lo usa per i piu diversi usi, non dicendo esattamente quello che stai facendo in quel momento. Ecco i più diffusi.

  • C'è chi ti informa di ogni cosa che sta per bere e/o mangiare, in tempo reale, tutti i giorni.
  • C'è chi ti informa di ogni cosa che sta leggendo/ascoltando/vedendo, in tempo reale, tutti i giorni.
  • C'è chi ti informa su che cosa sta lavorando, in tempo reale, tutti i gironi.
  • C'è chi ti informa su dove si trova in quell'esatto istante, a cosa sta pensando, che temperatura c'è fuori, in tempo reale, tutti i giorni.
Ora, ha perfettamente ragione questa Helen A.S. Popkin a titolare il suo articolo : "Twitter Nation: Nobody cares what you're doing". Esatto. Non me ne importa niente di sapere tutte queste cose. Voglio molto bene ai miei amici, davvero. Mi interessa sapere di loro, è ovvio. Ma NON con twitter. Twitter me li fa odiare tutti, non uno escluso. L'impressione che ne ricevo è di qualcuno che si senta sempre così importante da dover condividere ogni suo gesto/scelta/azione con una platea indistinta, in un narcisismo ed esibizionismo virtaul-reale che mi fa venire il voltastomaco.

Ora, voi direte, echettenefrega? Non sei obbligata a stare su twitter! Ecco. La risposta è sì e no al tempo stesso. Vuoi stare su twitter perché ci sono i tuoi amici e senti in un qualche modo che ha senso esser lì, tu che comunque usi vari mezzi. Ma allo stesso tempo non vorresti esserci, e vorresti che gli altri arrivassero ad odiare il mezzo tanto e come te. E quindi attui delle pratiche di resistenza.

Ho trovato uno (Becavolt) che propone di attuare una pratica Antitwitter. In che cosa consiste? Ti costruisci la tua pagina twitter, con i colori invertiti (tutto black, per intenderci) e scrivi solo falsità, cose non vere.

Questo atto di resistenza richiede troppa fatica, per il mio conto. Io ho adottato altre pratiche. Ho sottoscritto il twitter del New York Times, della Commissione Europea, di Walter Veltroni e di Stepehen Colbert, nella speranza che inviino talmente tanti messaggi che lo strumento diventi quasi impossibile da essere usato (troppo poco tempo per leggere tutti i messaggi, e - soprattutto - affogamento nella mischia dei messaggi del tipo "Pippuzzo si sta preparando gli speghetti al peperoncino" che altrimenti avrebbero troppo risalto). L'altro atto di resistenza da me escogitato è quello di scrivere cose estremamente stupide e tautologiche, sperando che gli altri utenti-amici un giorno vengano illuminati e capiscano l'intriseca stupidità di twitter - e il suo potere deformante. Scrivo cose del tipo "m. è seduta", "m. legge", "m. guarda", "m. respira". Chissà, chissà se servirà a qualcosa.

Amici, è un appello! Liberatevi dalla schiavitù dell'esibizionismo! Ribellatevi alla dittatura del narcisismo! Accettate l'idea di essere molto, incredibilmente molto simili a qualunque altro essere umano e siatene felici. Uscite da twitter!
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martedì, 06 novembre 2007

Noi siamo i giovani

Vi ricordate l'adagio

Noi siamo i giovani,
i giovani più giovani.
Siamo l'esercito,
l'esercito del surf.


?

Ebbene. Sono lontani i tempi dell'allegra inconsapevolezza, dell'ottimistico sguardo al futuro vergine e inesplorato. Per noi giovani ed ex(ma-pur-sempre)-giovani è iniziato il tempo della disillusione e del disincanto. Su Macchianera ho trovato questo link al video "Scommettiamo sui giovani". È ora di cambiare registro!
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venerdì, 21 settembre 2007

Milano* ti stupisce

In questi giorni di valigismo (niente a che vedere con il vaginismo, tranquilli, solo una sorta di retropensiero impellente e angoscioso sulla quantità di cose e valigie da preparare prima di un trasferimento) e di ostinato lavoro, mi succedono cose strane di cui vorrei mettervi a parte. Accade infatti che sul finire di un'esperienza, e sulla soglia di una nuova, la vecchia volpe milanese ti colpisca con un inaspettato colpo di coda. Perché ti fa camminare al mattino e incontrare persone che non vedevi da mesi, come se l'urbe fosse un paesiello. Perché improvvisamente le persone arcigne che sembravano dotate di un cuore a scoppio e la cui indifferenza ti feriva e ti faceva dubitare del comunismo, si rivelano umane e calorose come e più di altre. Perché questa città si nasconde e ti beffa, e misteriosamente si rivela all'ultimo per quella che non credevi che fosse, lasciandoti sempre il dubbio che tu, in fondo, non ci avevi capito niente.


*Precisazioni per l'improvvido lettore. E' qui in atto una non ben motivata sineddoche tra la città lombarda e i suoi abitanti, gli stili di vita, i modi di fare, etc.
foto di m a u z

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mercoledì, 19 settembre 2007

Dicono che partire è un po' come morire. (dicono?). Io ci credo, ma solo a metà. Fra meno di una settimana queste (stanchissime) membra saranno oltr'Alpe, ma non nell'oltr'Alpe dove mangiano le baguette. Fra poco meno di una settimana, mi viene da ridere. Dovrò ripescare nella memoria un po' ossidata i ricordi di una lingua che non mastico da tantissimo tempo. Ma questo non mi spaventa. Dovrò organizzare cose del tipo: sotto quale tetto depositare la testa sul cuscino ogni santa sera? E tutto quanto ne consegue. Questo un pochino mi preoccupa, ma non mi spaventa. Fra poco meno di una settimana avrò di che lungamente parlare, tra me e me, che è pur sempre una compagnia, ma non ci saranno tutte quelle persone che costellano le ore e le giornate e i pensieri. E questo sì, mi spaventa.

Ecco. Mente traditrice! Uno parte con l'intenzione di dire due frasi allegre e leggere, e guarda un po' che ti combini, viene fuori un discorso melenso e nostalgico? Accidenti a me e alla mia mamma che mi ha fatto come la mia nonna che ai saluti prima delle partenze sempre piangeva al balcone.

Ps. I piedi non sono i miei. La foto è di ottimo_massimiliano

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martedì, 04 settembre 2007

Se tu cerchi lavoro

Se tu cerchi lavoro, ti trovi immersa in una giungla di offerte di lavoro per Venditori, Responsabili vendite, Responsabili Marketing, Marketing Analyst, Client Director, Account e SuperAccount, Direttore vendite, Marketing Strategist, Brand Experience Super Director, e chi più ne ha più ne metta. Se tu cerchi lavoro, rimani basito. Se tu pensavi che il lavoro fosse un'altra cosa. Se tu volessi pensare alle cose differentemene. Ne saresti delusa. Ma cos'è che tutti vendiamo? Aspetto ardente il giorno in cui un nuovo paradigma ci faccia scappare dalla labirintica condanna del tutto è governato da domanda e offerta. Dovrà pur esistere, logicalmente, formalmente, linguisticamente, una scappatoia. Più che una Weltanschauung, una Dorfanschauung. Vi prego, ampliatemi la prospettiva.
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martedì, 28 agosto 2007

People who love bad news

Stasera, rientrando a casa, riflettevo su come proceda il destino. Stavo infilando la chiave nel portone di ferro, e osservando gli incavi della chiave e quelli della serratura mi dicevo, "funziona proprio così. Magari uno aspetta, tituba, latita, e non sa perché, poi però arriva a capire il motivo, perché piano piano tutti gli eventi prendono un percorso, una strada, e le decisioni si compongono come l'immagine in un puzzle, indistinguibile all'inizio, evidente alla fine". Mi raccontavo tutte queste belle storie convinta che la chiamata che covava nel cellulare fosse una good news. E invece, cari miei, mi sbagliavo. E quando ho realizzato che come al solito avevo anteposto il carro ai buoi, mi sono sentita di parecchio stupida. E ho pensato che la storia delle chiavi nella toppa era una bella favoletta della buonanotte che mi racconto di tanto in tanto, e sulla questione del destino mi ritrovo punto e accapo.
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giovedì, 23 agosto 2007

Music sounds better with you

"Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è piu' padrone di sé e insieme la storia di un egomanicaco, per costituzione e non per facezia - questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. - Cominciò una calda notte d'estate, sì, con lei seduta su un parafango quando Julien Alexander che sarebbe... Ma comincio dalla storia dei sotterranei di San Francisco. [...] Scatenata nei tetri pomeriggi nella stanza di Julien e Julien seduto che non le bada ma fissa il grigio vuoto delle tarme e si muove solo di tanto in tanto per chiudere la finestra o mutar l'incrocio dei ginocchi, tondi occhi sbarrati in una meditazione così lunga e così misteriosa e come dico io così Cristo, veramente, così agnello anche dal di fuori, da far impazzire chiunque..."

(Jack Kerouac, da I sotterranei, Feltrinelli, 1976)

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martedì, 21 agosto 2007

Marciare

Forse voi non siete mai stati così. Così intendo come in un frullatore. O nella centrifuga. Io è diversi (mill)anni che vado avanti così. Tutto iniziò tanto tempo fa, quando le primule si sfacevano al caldo estivo. E iniziavano i tempi turbolenti e ventosi di una nuova era. Allora, ogni profilo del vasto orizzonte sembrava cosa palpabile. Eppure, anche allora, questa vasta immensità che ti si srotolava davanti agli occhi era come un immenso bacino acquatico che attrae e repelle al contempo. Come non affogare in quel blu tendente all'argento, dove lo spazio si appiattisce come inesistente? Poi è arrivato il periodo del sentiero scosceso verde nella radura boschiva. Lì finalmente potevi assaporare colori e odori, guardare le farfalle sbattere le ali senza troppa apprensione per ciò che sarebbe accaduto dalle parti del Giappone. Ma il sentiero è finito, da un bel pezzo, e se ti ritrovi ancora qui, sull'orlo del crepaccio, davanti alla infinita distesa grigiazzurra, non puoi non sentire questo turbinante senso di vertigine come una condanna, o un destino.
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domenica, 19 agosto 2007

Anema e cozze

Tornare a Milano dopo qualche giorno che fa quasi due settimane di latitanza fa un effetto strano. Stasera ero a prendere una pizza (una, sì, una) in una pizzeria qui vicino. Mentre aspettavo braccia conserte mi sono messa a guardare il piccolo banco del pesce esposto ai clienti. Un surrogato di banco del pesce, una dimostrazione di bontà e freschezza ad uso di una annoiata e prevedibilie clientela bon-ton milanese. C'erano calamari, vongole, orate, gamberi. Tutti belli e puliti. Eppure, avevano un qualcosa di così triste. Adagiati sul ghiaccio tritato, rosa, rossi, bianchi e grigi. Spenti nella loro inanimità (concedetemi la parola). Il fatto è che - riflettevo - il pesce a Milano è un controsenso. Un paradosso. Ed io, appena tornata dalle ferie (sì, le ferie) mi sento come quei pesci sul ghiaccio. Inanimati e completamente fuori luogo.
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